Piano di incremento territoriale

Per poter ritornare ai valori registrati nel 1990 ed eventualmente aumentarli sarebbe auspicabile, ottimizzando le risorse presenti sul territorio, attuare un piano di incremento del patrimonio apistico.

 

Non bisogna inoltre dimenticare che risulta normale e fisiologico riscontrare perdite di famiglie al termine della stagione invernale. Pertanto la diminuzione delle arnie durante il periodo invernale, che non dipende soltanto da stati patologici, deve essere bilanciata dalla formazione di nuove famiglie al termine della stagione produttiva.
Potersi inserire nella strategia di vita delle api, cercare di controllarla per aumentare il patrimonio apistico e le sue produzioni risulta essere lo scopo finale della sciamatura artificiale che permette di moltiplicare le colonie al momento opportuno.
E' opportuno provvedere alla formazione dello sciame durante i primi giorni di agosto dopo l'asportazione dei melari, sia per poter disporre di un maggior numero di api all'interno dello sciame che per ovviare più facilmente, in funzione del tempo disponibile, ad eventuali e problematiche accettazioni delle nuove regine. Il modo corretto di operare prevede il posizionamento del nucleo posteriormente all'apiario e l'inserimento di almeno due telai, preferibilmente privi di uova e larve ma con covata opercolata, prelevati da ogni alveare della postazione. I telai dovranno essere abbondantemente coperti di api e dotati di scorte. Qualora le api presenti sui telai non fossero sufficienti, si provvederà a scuotere, all'interno del nucleo, solo le api di un terzo telaio. Ogni favo dovrà essere spolverato con borotalco (attenzione alla qualità in quanto le api sono piuttosto esigenti!) per uniformare l'odore del nucleo mentre nell'angolo inferiore della parte posteriore del telaio, o sulla parte superiore tra due favi, verrà inserita la gabbietta contenente la regina, con il foro di uscita rivolto verso l'alto. I nuclei così formati andranno posizionati ad una distanza di almeno tre chilometri per evitare che le api possano ritornare negli alveari di origine e non dovranno essere aperti, per controllare l'avvenuta accettazione della regina, se non dopo otto giorni. Il numero dei telai che concorrono alla formazione del nucleo varia a seconda che si utilizzi un'arnia oppure nuclei da 5/6 favi di legno o di polistirolo. Utilizzando un'arnia è comunque opportuno inserire non meno di 7/8 telai per evitare di creare spazi troppo grandi tra il diaframma e la parete dell'arnia, mentre nel nucleo sono sufficienti anche soltanto 5 telai.

La formazione dei nuclei, con l'asportazione di almeno due telai per famiglia, permette altresì di predisporre le medesime per l'invernamento. La famiglia ristretta su otto telai permette di conseguire i seguenti risultati:
· minore dispersione di calore in funzione del volume ridotto;
· formazione del glomere più uniforme;
· minore riduzione delle riserve alimentari;
· sviluppo più accelerato delle famiglie in primavera;
· assenza, in primavera, di telai abbandonati dalle api e con eventuali presenze di muffe;
· disponibilità, in primavera, di telai con scorte per sopperire ad eventuali necessità nutritive;
· facilità di inserimento di fogli cerei.

 

Le sinergie della formazione dei nuclei e delle operazioni di restringimento in funzione dell'invernamento consentono pertanto di ottimizzare, in maniera diverse, sia i telai che le api.
La necessità di provvedere alla formazione dei nuclei deve avere valenza non soltanto per l'incremento del patrimonio apistico fine a se stesso, quanto per poter sfruttare appieno le risorse nettarifere presenti sul territorio. Un'indagine di mercato, curata delle associazioni di categoria interessate, mirata a verificare la produzione di miele necessaria per soddisfare le richieste dei consumatori, metterebbe in risalto la potenzialità del mercato, e, conseguentemente la necessità di un aumento dei veicoli produttivi.



Dai dati desunti dal censimento relativo agli apicoltori in Valle d'Aosta al 30.05.2001 risultano i seguenti valori percentuali:
· il 72,12% degli apicoltori valdostani possiede un numero di alveari da 1 a 10 ;
· il 15,68% possiede da 11 a 20 alveari ;
· il 5,90% possiede da 21 a 30 alveari;
· il 3,05% possiede da 31 a 40 alveari;
· l'1,62% possiede da 41 a 50 alveari;
· lo 0,41% possiede da 51 a 60 alveari;
· lo 0,20% possiede da 61 a 70 alveari,
· lo 0,41% possiede da 71 a 80 alveari;
· lo 0,41% possiede da 101 a 200 alveari,
· lo 0,20% possiede da 201 a 300 alveari.

La propensione dell'apicoltore nell'incrementare il proprio patrimonio si riscontra facilmente presso le aziende che dispongono già di almeno 30/40 alveari. Risulta più difficile, per i rimanenti, entrare in quest'ottica di utilizzo. E' proprio verso questa utenza che dovrebbero essere indirizzati gli sforzi del piano di incremento territoriale. Sostanzialmente, il prelievo medio di due favi per ogni alveare consentirebbe in pochi anni di poter ritornare ai valori del 1990. La valenza del piano deve anche essere vista come maggiorazione delle quote di contribuzione comunitaria, basata appunto sul numero di alveari presenti nelle varie regioni, in applicazione del regolamento comunitario Reg. CE 1221/97 che prevede aiuti finalizzati alla produzione e commercializzazione del miele.

 

La diminuzione del numero degli alveari non deve essere soltanto considerato come mancato apporto di produzione regionale, ma anche, in una visuale più peculiare, come carenza di individui preposti per quello che riguarda la principale funzione delle api nel comparto agricolo: l'impollinazione dei fruttiferi.
Nelle zone a marcata vocazione di impianti di produzione di fruttiferi, in particolar modo di mele, il rapporto tra gli ettari adibiti a colture specifiche ed il numero di alveari presenti per ettaro dovrebbe stimarsi intorno a 1:4. Non sempre questo rapporto è rispettato con inevitabili pezzature del prodotto non conformi allo standard previsto di qualità. I dati forniti dal Servizio del Verde Agricolo dimostrano come uno sviluppo concreto del piano di incremento territoriale, nelle zone dove si è ridotto sensibilmente il numero degli apiari, consentirebbe, unitamente ad un concreto rapporto di collaborazione tra frutticoltori ed apicoltori soprattutto in merito alle tipologie dei trattamenti sulle piante, di ritornare a valori consoni agli ettari adibiti a coltura.

 



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